Nel 1976 ho compiuto 11 anni. In casa avevamo un giradischi molto scadente, di quelli plasticosi con la cassa incorporata, ma io che ne sapevo. Sapevo solo che su quel piatto rotante avevo già ascoltato più e più volte i pochi 45 giri acquistati negli anni precedenti dai miei genitori, che non erano grandi amanti del rock.
Mio padre era appassionato d’opera e veniva dai tempi in cui non si compravano molti LP. La ascoltava occasionalmente alla radio, o in televisione. Anche mia madre ascoltava soprattutto la radio. Le radio private ancora non esistevano, o stavano nascendo, e la lancetta della sintonizzazione era fissa su Radio Rai. Ogni tanto uscivano da quella radio alcune canzoni che invogliavano mia madre ad alzare il volume (sempre moderatamente). Fu così che scoprii che le piacevano Lucio Battisti, Bruno Lauzi, Mina… Poteva andare meglio, per la mia formazione musicale, ma anche peggio. E, comunque, non è che in casa si parlasse di musica. Non sentivo i miei genitori discutere sull’assolo di chitarra di Stairway to heaven, insomma. La musica era un sottofondo occasionale.
Dato il contesto, si comprenderà come i dischi presenti in casa non potessero che essere pochissimi e male assortiti. Ricordo di avere appoggiato più volte la puntina del giradischi su una canzone di Antoine, allora famosissimo, intitolata “La tramontana” (mi piaccion bionde, mi piaccion more, mi piaccion tutte le donne al mondo e non è detto che per Giuliana io non perda la tramontana…). Non un capolavoro. Ma io che ne sapevo (e due!).
Il giorno del mio undicesimo compleanno ricevetti in regalo un po’ di soldi (suggerimento per tutti i genitori: dopo una certa età, i ragazzini preferiscono ricevere in regalo i soldi piuttosto che una paio di calzini). Chiamai il mio amico Luciano e discussi con lui di come spenderli. La prima scelta non cadde su un disco, ma su qualche tipo di gioco. Decidemmo dunque di fare un salto al minuscolo negozio di giocattoli/cartoleria del paese. Abitavamo a Bussolengo, provincia di Verona. Ottomila abitanti, di cui molti arricchiti dalla produzione di vino o dalla vendita dei vigneti di famiglia a lungimiranti imprenditori agricoli. Gente contadina che si stava trasformando. Gente pratica. Ancora non c’era necessità di frivolezze come la musica. Dunque niente negozi di dischi. Il primo – chiamato Gong e situato in via Roma – aprì anni dopo, quando la mia generazione arrivò all’età del liceo e si cominciò a capire che, insieme all’ambitissimo Cagiva SST 125, i giovani (noi) cercavano nuovi sfoghi per passare i pomeriggi e le serate.

Insomma, eccoci, io e Luciano, dentro al negozio di giocattoli/cartoleria di Bussolengo. In un angolo, vicino alla cassa, c’era uno scatolotto di cartone, forse una scatola di scarpe, dentro al quale erano appoggiati una trentina di 45 giri. Tutti i dischi in vendita a Bussolengo si trovavano in quella scatola di scarpe. Incuriositi, ci mettiamo a sfogliare quelle copertine. Non ricordo i titoli, ma scorrendo oggi la classifica dei singoli più venduti del 1976, posso immaginare che fossero presenti almeno i primi cinque classificati:
Ancora tu – Lucio Battisti
Non si può morire dentro – Gianni Bella
La Tartaruga – Bruno Lauzi
Margherita – Riccardo Cocciante
Ramaya – Afric Simone
Ma c’era anche altro. Fui colpito da una copertina che ritraeva un tizio di spalle, con un fazzoletto annodato in testa, una tracolla che reggeva una chitarra elettrica appena visibile sul lato destro, evidentemente intento a suonare davanti a una folla di persone. Nome del cantante: Bob Dylan. Titolo della canzone “Stuck inside of mobile with the Memphis blues again“. Mai visto un titolo così lungo. Fortunatamente il lato B (“Rita May”) riportava nella norma il numero di caratteri. Non so perché lo comprai. Ho un vago ricordo di Luciano che mi dice che quel tizio era famoso. Io che ne sapevo (e tre). Fatto sta che uscimmo dal negozio e corremmo a casa ad ascoltare quello strano oggetto sul mio giradischi di plastica.
Di certo era la roba più strana che avessi mai ascoltato. Insomma, ammettiamolo, non c’entrava niente con “La tramontana” (il lato B, invece, c’entrava di più, con quella cadenza filastroccosa, tanto è vero che per un po’ di tempo la ascoltai più spesso del lato A). Ma “Stuck inside…” aveva un fascino esotico che iniziai presto ad apprezzare. Quella voce nasale era ipnotica. Gli strumenti suonavano note che uscivano dal tracciato classico della canzoncina. Era come se la chitarra stesse vagando altrove, che l’organo fosse suonato da un parroco impazzito che non ricordava gli accordi (scoprii poi che Al Kooper non era un parroco e gli accordi li conosceva meglio di chiunque altro).
E il testo? Boh. Non riuscivo a capire il significato del titolo, figurarsi il resto. E chi era questo Bob Dylan? Di certo non era famoso come Gianni Bella, la canzone di sicuro non la conosceva nessuno, mica era Ramaya (“Ramaya Bokuko ramaya. Aabantu ramaya. Miranda tumbala”: anche lì il testo non si capiva, ma almeno era buffo).
Però, accidenti, Dylan lo capivo anch’io che era diverso, che era “meglio”. Come primo 45 giri, non era affatto male. Un colpo di fortuna. Ottimo inizio.
Ora, mi piacerebbe poter scrivere che fui folgorato sulla via di Damasco e che da allora acquistai solo dischi rock, immergendomi nella cultura musicale anglo-americana; che fu un susseguirsi di album dei Led Zeppelin e di Bruce Springsteen, e che arrivai preparato all’esplosione del punk, che iniziai da subito a recuperare Sgt Pepper ed Electric Ladyland a discapito delle canzonette che continuavano imperterrite a guidare le classifiche italiane.
E invece no. Non ricordo quale fu il secondo 45 giri che acquistai, ma alle medie fui risucchiato dalle trasmissioni della nuova Radio Bussolengo che comprendevano cose come Dee Dee Jackson (Automatic Lover), Rockets (On the road again), e persino Celentano (Soli), Saturday night fever (be’…) e Grease.
Solo al liceo imparai chi fosse davvero Bob Dylan e fui sorpreso di ritrovare Stuck inside of mobile with the Memphis blues again tra le tracce del meraviglioso Blonde on Blonde. Comprai quel doppio album per questo, perché c’era quella canzone dentro. Con un titolo così lungo, come dimenticarla.

